Il pianeta è già cambiato: nelle fotografie di James Balog la nostra impronta sul mondo
Un blocco di ghiaccio attraversato dalla luce lunare, sotto un cielo pieno di stelle. Una pantera quasi in posa davanti all’obiettivo. Una bambina immersa nell’acqua fino alle spalle, mentre stringe la mano di un adulto. La scritta “We are OK” sul muro di una casa distrutta. Un bosco divorato dalle fiamme.
Dal 31 agosto torna, dopo una breve pausa estiva, al MAcA - Museo A come Ambiente Environmental Museum di Torino la mostra dedicata al fotografo ambientale statunitense James Balog, che nei primi quattro mesi di apertura ha accolto oltre 10.000 visitatori.
Da decenni Balog utilizza le immagini per indagare il rapporto tra esseri umani e sistemi naturali, rendendo visibile attraverso il suo lavoro il cambiamento climatico e portando nel presente ciò che per molto tempo abbiamo immaginato come un futuro, prossimo o remoto: la trasformazione del pianeta è già qui. E l’essere umano ne è contemporaneamente spettatore, vittima e causa.
La mostra, patrocinata dall’Università e dal Politecnico di Torino, è un viaggio tra arte e scienza che fa riflettere sul nostro posto nell’Antropocene: siamo andati a esplorarla con Silvana Dalmazzone, docente di Politica economica al Dipartimento di Economia e Statistica Cognetti de Martiis dell’Università di Torino, e Monica Poggi, curatrice della mostra.
Abbiamo quindi chiesto a Dalmazzone di scegliere e commentare una fotografia per ciascuno dei tre principali progetti esposti: Extreme Ice Survey, Survivors e The Human Element.
Fotografare ciò che scompare
“The Extreme Ice Survey (2007-2022) è il più ampio studio sulla trasformazione della criosfera sinora condotto sul campo, attraverso immagini convenzionali, time-lapse e video, realizzato grazie alla collaborazione tra il fotografo e un team di scienziati e ricercatori. Decine di fotocamere attrezzate per poter funzionare e resistere per anni in condizioni estreme sono state installate sui più importanti ghiacciai del pianeta, dove hanno scattato ogni giorno immagini capaci di comporre, anno dopo anno, evidenza senza precedenti del loro processo di scomparsa. Centinaia di fotografie hanno immortalato la bellezza mozzafiato di un patrimonio naturale che le prossime generazioni non avranno più modo di vedere. Senza immagini come queste, se ne perderebbe anche la memoria. La mia preferita, anche se non la più famosa, è il Diamante di ghiaccio, fotografato di notte contro il cielo stellato, attraversato dalla luce della luna”, commenta Silvana Dalmazzone.
Quando l’animale restituisce lo sguardo
“Survivors (1998-2004) propone uno sguardo nuovo sugli animali a rischio di estinzione, ritratti non nella fierezza di un’esistenza libera nel loro habitat naturale, ma in cattività. Prigionieri, non più parte di un ecosistema – eppure individui, vivi, presenti, unici. Balog, sottolinea la docente di Politica economica, ci spiega il senso di questa scelta: ‘Realizzare questi ritratti è stato, per me, una rivelazione. Per anni avevo fotografato animali selvatici – orsi neri, orsi bruni dell’Alaska, alci, coyote, cervi, pecore delle Montagne Rocciose. Inevitabilmente, tra noi c’era sempre una distanza psicologica. Li percepivo e ritraevo come parte di un paesaggio naturale. Con questi studi ravvicinati, realizzati in cattività, resto travolto da qualcosa che avevo intuito allo stato selvatico, ma che non avevo mai davvero creduto: ogni animale ha una personalità distinta. Mi osservano. Sembrano pensare a me, formulare giudizi, farsi un’opinione. Forse tutto questo non è dimostrabile secondo i criteri della ricerca scientifica contemporanea. Ma chiunque viva accanto a cani, gatti, cavalli o pappagalli – o a elefanti, scimpanzé, balene e lupi – sa esattamente di cosa parlo. In qualche modo, attraverso l’obiettivo, riescono a raggiungerci e a raccontarci qualcosa di sé. Ci chiedono, silenziosamente, di riconsiderare i termini del nostro rapporto con il mondo animale. Per quanto fantasiosa possa sembrare questa affermazione, affido la mia tesi all’evidenza delle immagini’”.
Il quinto elemento
“E ora le fotografie in esterno: The Human Element. Attraverso immagini di forte impatto realizzate tra il 1980 e il 2020, il progetto documenta mega-incendi, inondazioni, deforestazione, uragani, inquinamento atmosferico e sversamenti di petrolio, mostrando il loro impatto diretto sulle comunità.
Frutto di oltre un milione e mezzo di chilometri percorsi in ogni continente, restituisce l’idea dell’essere umano come ‘quinto elemento’, in relazione dinamica con terra, acqua, aria e fuoco. L’umanità non è concepita come osservatore esterno, ma come parte integrante dei processi naturali e, insieme, come agente capace di modificarli in modo profondo e irreversibile. Ma anche come l’unico elemento con il potere di scegliere la direzione da percorrere: continuare lungo la medesima strada imboccata negli ultimi due secoli (non demonizzata, ma ritratta anche nella sua legittima spinta verso il benessere e l’uscita dalla povertà) oppure, ora che abbiamo piena consapevolezza delle conseguenze e tecnologie che ci consentono di adottare un modello di sviluppo sostenibile sia dal punto di vista ambientale sia da quello sociale, cambiare rotta”, precisa Dalmazzone.
“Qui la mostra fotografica lascia spazio a una parte video, con una sezione dedicata alla proiezione di tre film: Chasing Ice del 2012, The Human Element del 2019 e Chasing Time del 2024. Dopo aver ascoltato e incontrato chi ha dovuto abbandonare abitazioni raggiunte dagli incendi o sommerse dalle alluvioni, anche le fotografie acquistano una forza diversa. Lo stesso accade dopo aver seguito sullo schermo le spedizioni condotte sui grandi ghiacciai del pianeta e averne osservato insieme l’imponenza e la fragilità. È qui – conclude Dalmazzone – che entriamo in gioco noi: l’essere umano è l’unico, tra i cinque elementi, che può riconoscere la propria impronta in quelle immagini e scegliere una direzione”.
Orari di visita
Dal 31 agosto al 26 settembre
Lunedì – venerdì: 11.00 – 19.00
Sabato e domenica: 14.00 – 19.00