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Il lavoro invisibile nei campi, quali sono i meccanismi del caporalato

Lo sfruttamento dei lavoratori agricoli si sviluppa tra filiere opache, vulnerabilità dei migranti e responsabilità delle imprese, tra leggi, iniziative locali e sfide di sostenibilità
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Caporalato

Quando si parla di caporalato, l’immaginario corre subito alle campagne del Sud, ai campi di pomodori o agli agrumeti, a immagini di sfruttamento che sembrano quasi appartenere a un’altra epoca. Eppure, come ricorda Davide Donatiello, docente di Sociologia al Dipartimento di Culture, Politica e Società dell'Università di Torino, il caporalato è un fenomeno attuale, mutevole e capillare. “Spesso – spiega – ne parliamo al singolare, il caporalato, ma sarebbe più corretto usare il plurale. Esistono i fenomeni del caporalato, perché sotto questa parola si nascondono molte realtà diverse“.

Alla radice, c’è sempre l’intermediazione di manodopera in condizioni di sfruttamento. “Si tratta – continua Donatiello – del reclutamento di lavoratori per conto terzi, approfittando dello stato di bisogno di chi presta la propria forza lavoro”. Ma le forme che questa intermediazione assume cambiano molto da territorio a territorio, da filiera a filiera. Il caporale può limitarsi a fare da tramite tra chi cerca braccia e chi le offre, oppure gestire vere e proprie squadre, organizzando i turni, gli spostamenti, l’alloggio. In certi casi dirige il lavoro nei campi o impone ai braccianti condizioni di vita e di salario che nessun contratto riconoscerebbe. “A volte – racconta – il caporale obbliga i lavoratori a dormire in strutture che controlla direttamente, chiedendo in cambio parte della paga per l’alloggio o per il trasporto. È in queste sovrapposizioni di ruoli (reclutatore, sorvegliante, gestore) che il fenomeno rivela tutta la sua complessità”.

Questa complessità si riflette anche nelle relazioni di potere all’interno delle squadre. Talvolta il caporale è una figura scelta dagli stessi lavoratori, una sorta di portavoce informale; altre volte, invece, diventa un anello di una catena di subordinazione rigida e opaca. “Ci sono situazioni – spiega Donatiello – in cui il caporale è quasi il ‘primo tra tanti’, ma anche casi in cui esercita un vero e proprio controllo coercitivo. In certe circostanze lavora alle dipendenze dell’azienda stessa, in altre agisce in complicità con gruppi criminali. Non sempre, però, la criminalità organizzata è coinvolta: quella è una componente minoritaria, per quanto più visibile”.

I volti dello sfruttamento

Ma chi finisce nelle maglie del caporalato? ”Sono lavoratrici e lavoratori che si trovano in una condizione di bisogno – continua Donatiello – È su quello stato di bisogno che il caporale costruisce la sua forza: la vulnerabilità diventa la leva dello sfruttamento”. Dietro questa parola, vulnerabilità, si aprono scenari diversi. Ci sono migranti con documenti precari, richiedenti asilo in attesa di risposta, persone che non conoscono la lingua o che non riescono a valorizzare le competenze acquisite nei paesi d’origine. Tutti accomunati dalla necessità di lavorare subito, di trovare un reddito, anche minimo. “È difficile parlare di un legame diretto tra sistema di accoglienza e sfruttamento – chiarisce Donatiello – ma se guardiamo a come funziona il diritto d’asilo in Italia, alle attese interminabili e alle incertezze, capiamo come si possano creare le condizioni ideali per l’esposizione al caporalato”.

Il sociologo spiega come i tempi dilatati delle procedure e l’assenza di alternative spingano molti a cercare impiego nei settori “più permeabili”: quelli dove non serve un curriculum, né una conoscenza fluente dell’italiano. “L’agricoltura, in particolare, resta un grande bacino di assorbimento di manodopera poco qualificata. È un settore in cui la domanda di lavoro resta sempre alta, soprattutto in un paese come l’Italia, dove il primario conserva un peso rilevante anche nel contesto europeo”. Ma, precisa Donatiello, sarebbe un errore confinare il caporalato ai campi agricoli. “Le forme di intermediazione illecita si ritrovano anche in altri ambiti, dal manifatturiero alla logistica. Tuttavia, in agricoltura la struttura stessa delle filiere e la stagionalità del lavoro amplificano il rischio di sfruttamento”. I processi di sostituzione della manodopera italiana con quella straniera hanno modificato in profondità il volto del lavoro agricolo. “Negli ultimi decenni – osserva – abbiamo assistito a un ricambio continuo, che ha visto crescere la presenza di lavoratori stranieri nei campi. E quando questa presenza si somma a condizioni giuridiche fragili e a filiere produttive che restano opache, è possibile che si verifichino situazioni di sfruttamento”.

La responsabilità delle imprese

Nel 2016 una legge ha dato finalmente un nome e una cornice giuridica al caporalato: la numero 199, che riconosce il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. È un passaggio importante, spiega Donatiello, perché “non si limita a colpire l’intermediario, ma chiama in causa anche il datore di lavoro”. Non basta più individuare il caporale: la responsabilità si estende alle aziende che traggono vantaggio dalle sue pratiche. Ma la questione, avverte il sociologo, è più ampia e strutturale. “Negli ultimi anni si è moltiplicata l’intermediazione nella gestione della manodopera agricola. Cooperative, agenzie, società di servizi, piattaforme digitali: tutti soggetti che, in teoria, dovrebbero semplificare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, ma che spesso finiscono per allentare il rapporto diretto tra datore e lavoratore”. Questo scollamento, osserva, produce due effetti: una crescente deresponsabilizzazione delle imprese e una maggiore opacità nei meccanismi di reclutamento.

Davide Donatiello si è occupato nelle sue ricerche di questi fenomeni nelle campagne del Nord-Ovest, in particolare nel Piemonte vitivinicolo. ”In molti territori – racconta – le aziende non assumono più direttamente, ma si affidano a cooperative che ogni stagione portano nuovi lavoratori. Fino a trent’anni fa, nelle stesse zone, gli stessi braccianti tornavano anno dopo anno, costruendo rapporti di fiducia con le famiglie agricole. Oggi quel legame si è spezzato. Il turnover è altissimo, e la relazione fiduciaria, che un tempo era una garanzia di dignità reciproca, è scomparsa”. Il problema, insiste il sociologo, non è solo etico, ma economico e sistemico. “La legge c’è, e riconosce la responsabilità delle imprese. Ma serve un cambio di paradigma: non usarla soltanto in chiave repressiva, bensì come strumento per promuovere una nuova idea di sostenibilità”. Una sostenibilità non soltanto economica – ”che pure va tutelata” – ma anche sociale e ambientale.

Geografia del caporalato in Piemonte

In Piemonte, il caporalato non è un fenomeno uniforme: varia da distretto a distretto, da filiera a filiera. Nel Saluzzese, cuore della filiera ortofrutticola, il valore economico prodotto è relativamente contenuto, ma l’afflusso di lavoratori stagionali è enorme. Qui il problema non è solo il reclutamento: “Occuparsi della permanenza, degli alloggi, della logistica quotidiana diventa cruciale – spiega Donatiello – Sono migliaia le persone che arrivano ogni stagione, e garantire condizioni di vita dignitose è una sfida”. Le inchieste giudiziarie e i processi sul territorio hanno rivelato situazioni di sfruttamento che vanno dal lavoro sottopagato alle condizioni abitative precarie, riproponendo dinamiche simili a quelle storicamente osservate nel Sud Italia.

A pochi chilometri di distanza, però, la situazione cambia. Nei territori vitivinicoli di Alba e delle Langhe, dove si producono vini di alta gamma come Barolo e Barbaresco, il numero di lavoratori stagionali è più contenuto e la filiera più strutturata. “Anche se i picchi di lavoro si concentrano soprattutto durante la vendemmia – spiega Donatiello – ci sono state inchieste e processi che hanno rivelato delle situazioni di sfruttamento della manodopera“.

Questa geografia dimostra quanto il fenomeno del caporalato sia legato non solo a caratteristiche culturali o storiche, ma alla stessa organizzazione del lavoro e alla distribuzione del valore all’interno delle filiere. “Osservare da vicino territori così diversi, a pochi chilometri l’uno dall’altro, ci aiuta a capire che il caporalato è un fenomeno sistemico, che si manifesta quando la vulnerabilità dei lavoratori incontra filiere poco trasparenti e strutture di controllo frammentate”.

Normative, contrasto e sostenibilità

La legge 199 del 2016 ha rappresentato un passo importante nella lotta al caporalato. “Quando è entrata in vigore – ricorda Donatiello – molti l’hanno accolta come uno strumento necessario e atteso da tempo. Finalmente, si dava una cornice normativa chiara a fenomeni di sfruttamento che erano noti da tempo”. Tuttavia, osserva il sociologo, l’applicazione è stata spesso limitata a un approccio repressivo. “Ispezioni, forze multiagenzia, azioni giudiziarie: questi strumenti hanno funzionato, ma da soli non risolvono la questione. La legge, se ben usata, avrebbe potuto anche promuovere strumenti di prevenzione, progetti di certificazione e innovazioni per una gestione più etica della manodopera”.

Tra le iniziative più significative figura la Rete del lavoro agricolo di qualità, istituita nel 2014 e rilanciata dalla legge sul caporalato. L’idea era creare una lista di imprese virtuose, in grado di garantire condizioni di lavoro dignitose, rispetto delle norme e corrette pratiche contrattuali. ”Sulla carta – spiega Donatiello – questa rete, finalizzata allo sviluppo di azioni positive di contrasto al caporalato, avrebbe dovuto favorire proposte innovative di servizi per l’intermediazione, ispirate a principi etici, da far sperimentare alle aziende iscritte, magari attivando accordi di job sharing, cioè di condivisione della manodopera stagionale tra aziende locali, e sviluppando percorsi di certificazione e tracciabilità, oltre a prevedere iniziative di sensibilizzazione e percorsi di accompagnamento per le vittime di sfruttamento. Nella pratica, però, molte sezioni territoriali sono rimaste inattive e le adesioni delle imprese limitate”. Nonostante le difficoltà, esistono esempi virtuosi: alcune cooperative piemontesi hanno stipulato protocolli etici con associazioni di categoria, assicurando condizioni di lavoro dignitose e sostenibilità sociale. “Si tratta di micro-interventi locali – osserva il sociologo – ma importanti perché dimostrano che è possibile conciliare competitività economica e rispetto dei diritti dei lavoratori”. Donatiello sottolinea però un punto chiave: “Il problema resta la scalabilità. Ogni filiera ha le sue caratteristiche, la sua complessità, la sua cultura. Le soluzioni dal basso funzionano bene a livello locale, ma per trasformare il sistema servirebbe un impegno coordinato su scala nazionale, con incentivi alle imprese e trasparenza lungo tutta la catena del valore”.

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