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Incendi in Europa, il fuoco è più vecchio dell’uomo: trattarlo da emergenza è un errore

Dalla Spagna alla Francia, cosa ci dicono i roghi di quest’estate su cambiamento climatico, trasformazione del territorio e politiche mancate. Ne parliamo con Davide Ascoli, docente di Gestione degli incendi boschivi
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Incendi in Gironda, luglio 2026 (Photo by Victor LOCHON/Gamma-Rapho via Getty Images)
Incendi in Gironda, luglio 2026 (Victor LOCHON/Gamma-Rapho via Getty Images)

Quest’estate gli incendi che hanno colpito Spagna e Francia hanno raggiunto dimensioni senza precedenti, tanto che il presidente francese Emmanuel Macron ha parlato dei roghi più gravi dal dopoguerra. Non si tratta però di un fenomeno isolato: da settimane gli incendi stanno interessando diverse aree d’Europa, soprattutto Portogallo, Grecia e Romania. Secondo una recente analisi del Financial Times, nei primi due mesi della stagione critica sono bruciati quasi mezzo milione di ettari nei cinque Paesi dell’Eurozona più colpiti, per un costo economico complessivo superiore ai 3 miliardi di euro. Fiamme che si sono propagate a una velocità difficile da contenere, mettendo sotto pressione i sistemi di risposta di più Paesi e riportando al centro del dibattito pubblico l’urgenza di capire perché gli incendi di oggi siano diversi, per intensità e frequenza, da quelli del passato. Ne parliamo con Davide Ascoli, docente del Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell’Università di Torino, che insegna Gestione integrata degli incendi boschivi nel corso di laurea in Scienze forestali e ambientali. Con lui abbiamo provato ad analizzare il fenomeno da più prospettive – ecologica, fisica, socioeconomica, politica – per capire quali fattori si intrecciano dietro a questi eventi, cosa succede ai territori che bruciano, e quali strumenti abbiamo, o dovremmo attivare, per affrontarli.

Gli incendi che hanno colpito Spagna e Francia questa estate sono stati definiti eccezionali. Lo sono davvero, e perché?

Si tratta sicuramente di eventi eccezionali, nel senso che le serie di dati storici mostrano che hanno battuto dei record, sebbene in entrambi i Paesi il fuoco sia un elemento presente in modo significativo, almeno nella storia recente. Peraltro già lo scorso anno la Spagna aveva registrato il suo record di dimensioni di incendi, che è stato poi superato quest’anno. Questo salto di scala è il risultato di fenomeni complessi che agiscono su piani temporali e spaziali molto diversi tra loro, e che a un certo punto convergono: andamento climatico, eventi meteorologici estremi, vegetazione infiammabile e componente antropica. Da un lato ci sono i processi climatici, che hanno una scala temporale decadale – il riscaldamento globale, l’alterazione della circolazione climatica – su cui abbiamo un margine di controllo molto limitato. Dall’altro c’è un secondo fattore, altrettanto lento: il cambiamento del territorio.

Partiamo dal primo fattore: c’è un collegamento tra gli incendi e le ondate di calore verificatesi quest’estate?

Le ondate di calore sono uno dei fattori che predispongono i grandi incendi perché, persistendo nel tempo su superfici estese, portano il suolo e la vegetazione a perdere acqua e rendono omogeneo il livello di disidratazione su vasti territori, senza soluzione di continuità. Anche la vegetazione tipica di luoghi più umidi, come ad esempio le faggete alpine, in presenza di ondate di calore non è più una barriera alla propagazione, ma diventa invece disponibile ad alimentare la combustione. Le ondate di calore persistenti e ricorrenti sono una delle manifestazioni più evidenti del cambiamento climatico antropogenico: dagli anni ’50, gli estremi di caldo sono aumentati in frequenza e intensità nella maggior parte delle regioni continentali. L’incremento dei gas serra determina uno squilibrio nel bilancio energetico terrestre, poiché il sistema Terra assorbe più energia di quanta ne riemetta verso lo spazio. Le singole ondate di calore dipendono dall’interazione tra questo fondo climatico più caldo e configurazioni atmosferiche persistenti, come blocchi atmosferici. Durante questi eventi la diminuzione dell’umidità del suolo riduce l’evapotraspirazione e aumenta il trasferimento di calore sensibile all’atmosfera. Questo feedback tra suolo, vegetazione e atmosfera amplifica temperature, aridità e stress idrico, favorendo eventi caldo-siccitosi più intensi e persistenti che rendono la vegetazione altamente infiammabile su vaste superfici.

E il secondo fattore, il territorio?

È un elemento di grande rilievo, nel suo essere teatro dell’interazione tra vegetazione e sviluppo urbanistico e rurale delle popolazioni. Il nostro territorio è fortemente condizionato dall’uomo da migliaia di anni: ogni porzione del territorio europeo è diventata tante cose nel tempo - un campo, poi una foresta, poi di nuovo un campo, magari una città, e poi di nuovo campo. Guardando alla storia più recente, diciamo dell’ultimo secolo se consideriamo l’Italia, siamo passati dall’essere una società agricola e pastorale a una società industriale: chi lavorava nelle campagne si è trasferito nei centri urbani, che si sono espansi. I territori che prima erano coltivati o gestiti per l’allevamento nel tempo hanno ripreso dinamiche più naturali, tornando alla vegetazione erbacea, boschiva e poi forestale. A seguito dei cambiamenti socio-economici il nostro territorio si è trasformato profondamente.

Questo processo non dovrebbe essere positivo per l’ambiente?

È ottimo per certi versi, perché disponiamo di molti più spazi naturali che stoccano carbonio e assistiamo al ritorno della fauna selvatica – il cosiddetto rewilding, che fa parte delle strategie europee di conservazione della biodiversità. Il rovescio della medaglia, però, è che abbiamo anche più materia che può bruciare: c’è più biomassa, quindi più energia disponibile su scale molto ampie. L’Italia a inizio Novecento aveva circa 5 milioni di ettari di foreste, oggi siamo a più di 11 milioni, più del doppio in un secolo. Un tempo la biomassa era controllata dagli animali al pascolo e dalle coltivazioni: un campo coltivato non è qualcosa che può bruciare facilmente, a meno che si tratti di un campo di grano con le stoppie, a fine ciclo. Su un territorio vasto come quello italiano, parliamo di una differenza di più di 6 milioni di ettari oggi disponibili a bruciare, che in passato non lo erano. È un processo che si sviluppa su un arco di tempo molto lungo, lento e poco governabile, frutto del cambiamento socio-economico dell’ultimo secolo.

Cosa comporta concretamente questo processo per la propagazione del fuoco?

Come dicevo, il territorio è il risultato dell’interazione fra l’evoluzione degli ecosistemi, la loro produttività e quanto noi umani li manipoliamo. Non solo la biomassa è tornata ad aumentare, ma è aumentata anche la connettività, cioè la continuità del territorio. Grandi estensioni di vegetazione – migliaia e migliaia di ettari – sono oggi senza interruzioni: non ci sono zone coltivate, città o bacini d’acqua a spezzare la continuità. Il fuoco può così percorrere grandi distanze, crescere di dimensioni e aumentare la complessità delle operazioni di estinzione.

Quali sono invece le cause di innesco?

Sono le più svariate. Fra i fattori naturali ci sono i fulmini, ma sono una percentuale limitata, mentre gli inneschi di origine antropica sono molteplici: linee elettriche, freni dei treni, auto che prendono fuoco a bordo strada, barbecue, falò culturali, fuochi d’artificio, oppure inneschi dolosi… Fattori che è impensabile di poter governare. Gran parte degli incendi che interessano l’arco alpino in queste settimane sono da fulmine. L’aumento degli incendi da fulmine è di per sé una manifestazione del cambiamento climatico. Tuttavia, per gli incendi francesi e spagnoli l’origine sembra antropica. Spesso non arriviamo a definire la causa con precisione. Si può stabilire con modelli di attribuzione se l’innesco è dovuto a un fulmine con maggiore certezza, ma se l’origine è umana è più difficile distinguere tra un incidente, un’intenzionalità dolosa o un’attività agricola.

In che senso un’attività agricola?

Nell’Europa mediterranea, e in Italia in particolare, una buona parte degli incendi di cui conosciamo la causa deriva dall’uso del fuoco in agricoltura: l’abbruciamento delle stoppie, dei residui della potatura o dei campi sfalciati. È una pratica ancora diffusa, tuttora impiegata per bruciare i residui delle lavorazioni o interi appezzamenti. Il problema è che spesso non è regolamentata e realizzata in modo esperto: l’Italia ha pochi territori che disciplinano l’uso del fuoco rurale (per esempio la Sardegna), mentre Francia e Spagna sono un po’ più avanti su questo fronte. In assenza di un regolamento che disciplini l’uso del fuoco rurale capita spesso che agricoltori e pastori brucino di nascosto, proprio perché manca una normativa a cui appoggiarsi.

Cosa rende critica la gestione di questi eventi?

Con possibilità di innesco così numerose, diventa altamente probabile che in una giornata di calore estremo, su un territorio altamente infiammabile, si verifichi un incendio, proprio perché i processi climatici, biologici e antropici che agiscono su scale diverse finiscono per incontrarsi e allinearsi: un vento fortissimo, una disidratazione che dura da cinque mesi, temperature estreme, una distesa di macchia mediterranea, ed un fuoco d’artificio fatto nel momento e luogo sbagliato. Il problema che emerge in queste settimane è che si sono verificati tanti incendi contemporaneamente: è proprio questa simultaneità ad aver mandato in crisi la struttura antincendio francese e spagnola. Il sistema non riesce più a rincorrere tutti i fronti che si aprono. Un processo che finisce per sovrastare la capacità di estinzione, pur avendo ogni Stato dell’Unione Europea un proprio dispositivo di risposta, declinato poi a livello regionale. 

Come funzionano i sistemi di gestione degli incendi?

Si parte dal livello locale e si sale. In Italia la competenza di prima linea è delle Regioni, che hanno una Sala Operativa Unificata Permanente (SOUP) dove convergono i settori regionali competenti (forestale regionale, la protezione civile, servizi meteorologici), i vigili del fuoco, i carabinieri forestali, ed i corpi di volontariato – in Piemonte, ad esempio, il Corpo Volontari Antincendi Boschivi conta sul territorio quasi 3.000 volontari effettivi e 1800 di supporto. Anche Spagna e Francia sono organizzate su base regionale o dipartimentale, sebbene il sistema francese sia più centralizzato. Su ogni incendio opera un Direttore delle Operazioni di Spegnimento (DOS), coadiuvato da figure tecniche esperte (es. analista incendi): se la situazione si aggrava, il DOS chiama prima i mezzi aerei regionali e poi, se necessario, lo Stato centrale – in Italia abbiamo il COAU (Centro Operativo Aereo Unificato), la sala operativa di coordinamento del Dipartimento della Protezione Civile Nazionale a Roma che gestisce e coordina la flotta aerea statale antincendio. Oltre alla scala nazionale c’è quella europea, con il programma RescEU, che coordina gli Stati membri per l’invio di mezzi in altri paesi: è già successo, ad esempio, con l’invio di Canadair da Croazia e Francia durante gli incendi italiani del 2017, e proprio quest’estate l’Italia ha inviato Canadair in Spagna e Portogallo.

La disponibilità d’acqua per le attività di spegnimento può rappresentare un problema?

Sì, può essere un elemento critico. Il mare o i grandi laghi restano capienti, ma laghi più piccoli, soprattutto in periodi di siccità, possono prosciugarsi e diventare inutilizzabili sia per le squadre a terra che per i mezzi aerei. Gli incendi spagnoli, lontani dalla costa, hanno avuto meno accesso all’acqua rispetto a quelli della Gironda, che si trovavano vicino al mare.

Cosa sono invece le barriere, o viali, tagliafuoco e perché sono utili?

Sono infrastrutture preventive: strade percorribili dai mezzi da terra, spesso dotate di punti acqua, circondate da una fascia di 50-100 metri sia a monte che a valle dove la vegetazione viene diradata per ridurne l’infiammabilità. In una pineta mediterranea non gestita, un incendio può produrre fiamme alte 20-30 metri, impossibili da affrontare, mentre grazie a un viale tagliafuoco la fiamma può ridursi di 3-5 metri, permettendo agli operatori di intervenire con visibilità e spazio di manovra. I viali tagliafuoco vengono pianificati lungo i percorsi probabili del fuoco, come una rete di “caselli” successivi. Francia e Spagna sono maestre nella pianificazione e realizzazione di queste infrastrutture, ma nelle aree colpite quest’estate, come la Gironda, non ce n’erano abbastanza – e comunque, quando il fronte di fiamma si estende per decine di chilometri, anche i viali tagliafuoco possono non bastare: funzionano bene su incendi di 100-500 ettari, molto meno su incendi che hanno raggiunto una estensione di migliaia di ettari.

In occasione degli incendi spagnoli e francesi si è parlato anche di nubi di fuoco, i piro-cumulonembi: di cosa si tratta?

È un fenomeno fisico-meteorologico che si innesca quando l’incendio raggiunge una scala tale che l’aria calda e l’umidità rilasciata dalla combustione vengono spinte verso l’alto dal flusso convettivo, formando una nube simile a un cumulonembo. Quando le particelle al suo interno raggiungono certe quote, ghiacciano e generano elettricità, che viene scaricata come un fulmine. Questi fulmini possono provocare nuovi inneschi e fronti di fiamma che si uniscono all’incendio principale. Si genera così un effetto di richiamo – il fuoco chiama fuoco – per cui il flusso convettivo dell’incendio più grande attrae l’aria, e quindi le fiamme, di un incendio più piccolo nelle vicinanze: chi si trova malauguratamente in mezzo resta intrappolato.

Cosa succede ai terreni devastati dagli incendi?

La vegetazione mediterranea è altamente adattata al fuoco, presente sulla Terra da centinaia di milioni di anni, ben prima della comparsa dell’uomo, e molte piante ricrescono rapidamente: la macchia mediterranea si riforma in pochi anni. Il pino marittimo, diffuso nella Gironda, ha addirittura una strategia specifica, la serotinia: i suoi coni restano chiusi e sigillati di resina finché il calore del fuoco non li scioglie, liberando i semi in un terreno arricchito di cenere e nutrienti. Il problema quindi non è il fuoco in sé, ma la sua frequenza: un bosco di pino marittimo che ribrucia prima dei 15 anni di età scompare; una macchia mediterranea colpita ogni 3-4 anni diventa gariga dopo il terzo incendio e roccia nuda dopo il quinto. Un ecosistema può così cambiare stato in modo permanente, da foresta a prateria: una faggeta, ad esempio, sparisce se viene bruciata due volte in 60 anni, come è avvenuto in Val di Susa nel 2017, quando un incendio ha ribruciato un’area già colpita nel 2003, generando poi una colata di detriti per la scomparsa della vegetazione. Gli incendi espongono così il territorio anche ad altri rischi, come frane e alluvioni.

Quali sono gli impatti economici e sulla salute?

Nella Gironda si trattava perlopiù di piantagioni di pino marittimo destinate comunque al taglio, quindi il danno ambientale è relativo, ma quello economico resta enorme, aggravato dal fatto che gli incendi sono divampati nel pieno della stagione turistica, con evacuazioni diffuse e un impatto pesante anche a lungo termine sul turismo estivo – anche a causa del cambiamento del paesaggio. Sul piano sanitario, diversi studi documentano un aumento di problemi respiratori, ospedalizzazioni e talvolta decessi legati alle emissioni prodotte dai grandi incendi.

Cosa può e dovrebbe fare la politica, in un’ottica che vada oltre l’emergenza immediata?

Bisogna considerare che è plausibile un aumento di questi fenomeni nei prossimi decenni, con il fuoco che espande la propria “nicchia” verso stagioni e territori dove prima non arrivava. Da una stagione critica ogni 4-5 anni si potrebbe passare a una stagione critica ogni uno o due anni – fino a un possibile ma paradossale riequilibrio quando gran parte del territorio brucerà a sufficienza da ridurre la biomassa disponibile: uno scenario certo non auspicabile. L’Unione Europea ha già avviato politiche integrate: il monitoraggio tramite l’EFFIS (European Forest Fire Information System), il finanziamento della gestione del territorio attraverso la Politica Agricola Comune nelle aree a rischio, programmi di pianificazione che affiancano ai viali tagliafuoco anche spazi agricoli in funzione di mosaico anti-propagazione, e politiche di biodiversità come la Nature Restoration Regulation, che per la prima volta impone che le azioni di “ripristino degli habitat“ non aumentino la pericolosità degli incendi. Poiché però gran parte del territorio europeo non è di proprietà pubblica, sono nati anche programmi di coinvolgimento dei privati. Un esempio virtuoso in questo senso è Firewine, rete europea di produttori vitivinicoli che integrano i propri vigneti in una rete di prevenzione, trasformando la prevenzione incendi in un valore commerciale comunicato al consumatore. Un documentario che abbiamo prodotto recentemente racconta proprio queste iniziative intelligenti per la prevenzione integrata degli incendi, l’abbiamo intitolato appunto FIRE-SMART stories.

Il punto di fondo è però culturale prima che tecnico: bisogna occuparsi degli incendi anche quando non bruciano, trattandoli come un fenomeno strutturale – intrinseco al clima, al territorio e alla cultura mediterranea – e non come un’emergenza da affrontare solo a posteriori con decreti d’urgenza poco pianificati, come avvenuto in Italia nel 2021. Sulle alluvioni abbiamo imparato qualcosa: nessuno pensa di fermarle bloccando la pioggia, ma attraverso la pianificazione territoriale e urbanistica. Lo stesso approccio andrebbe applicato agli incendi: l’Italia ha la flotta aerea antincendio migliore d’Europa, ma i Canadair da soli non basteranno a lungo. Non abbiamo bisogno di interventi urgenti in risposta alla emergenza del giorno, ma serve una politica strutturata nel tempo che integri previsione, prevenzione, sviluppo rurale, educazione ambientale, e addestramento avanzato degli operatori antincendio.