Oltre l’esotico, la cooperazione che trasforma le filiere di mango e ananas in Guinea
I frutti tropicali evocano da sempre l’esotico, il viaggio, il piacere della scoperta. Mango, ananas e altri prodotti un tempo considerati occasionali hanno progressivamente conquistato spazio sulle tavole in tutto il mondo, intercettando il gusto per sapori nuovi e intensi. Una tendenza che coinvolge il lavoro e la sussistenza di migliaia di piccoli agricoltori del Sud Globale, lanciando anche sfide significative nelle aree di produzione: sostenibilità, prezzi equi, etica nel lavoro, formazione, mantenimento dei saperi tradizionali e innovazione.
In questo scenario internazionale, i Paesi dell’Africa Occidentale cercano di ritagliarsi uno spazio competitivo, trasformando il proprio potenziale agricolo in opportunità di sviluppo economico e occupazione. Ed è proprio all’interno di questo contesto che si inserisce il progetto ProJeune: creare nuove opportunità nel sistema agroalimentare, finanziato dalla Cooperazione Italiana, e avviato ufficialmente il 17 febbraio scorso a Conakry, in Guinea, alla presenza dell’Ambasciatore d’Italia Tarek Chazli e del rappresentante AICS Francesco Mele.
Un progetto tra Italia e Guinea
L’iniziativa rappresenta un nuovo tassello nelle relazioni tra Italia e Guinea, sempre più orientate non solo al sostegno istituzionale, ma alla costruzione di partenariati economici e formativi di lungo periodo. Con un finanziamento di 1,9 milioni di euro da parte della Cooperazione Italiana, ProJeune punta a rafforzare le filiere del mango e dell’ananas, due produzioni strategiche per il Paese, con l’obiettivo di generare occupazione per giovani e donne e migliorare la competitività sui mercati regionali e internazionali.
Il progetto coinvolge le ONG piemontesi LVIA (capofila) e CISV, il Centro Interdipartimentale di Ricerca e Cooperazione Tecnico Scientifica con l’Africa dell’Università di Torino (CISAO) e le organizzazioni guineane FEPAF-BG per la filiera dell’ananas e IFIM per quella del mango.
Al centro dell’intervento vi è la formazione di centinaia di giovani, la nascita di hub rurali e start-up innovative e un’azione più ampia di rafforzamento dei servizi tecnici e dell’organizzazione delle filiere. Il partenariato multidisciplinare garantisce un approccio innovativo e integrato, come sottolinea Italo Rizzi (LVIA): “L’approccio concreto del dispositivo di analisi, formazione e supporto a donne e giovani, unito all’innovazione in collaborazione con le imprese e al rafforzamento delle filiere mango e ananas, è promosso da un ecosistema di organizzazioni settoriali e di accompagnamento della Guinea e dell’Italia. Il progetto apre la via a nuove collaborazioni tra gli attori d’impresa, formazione e della società civile dei due Paesi”.
La missione tecnica a Kindia
Il quadro emerso durante l’evento istituzionale di avvio del progetto è stato completato dalla missione tecnica nella regione di Kindia, cuore della produzione frutticola guineana. Il confronto diretto con produttori e organizzazioni locali ha fatto emergere con chiarezza la portata della sfida: valorizzare una produzione di qualità riconosciuta trasformandola in una filiera più organizzata e stabile. Le criticità emerse non riguardano solo le tecniche colturali, ma anche il coordinamento tra produttori, la gestione dei prezzi, il controllo fitosanitario e l’accesso a servizi di certificazione conformi agli standard internazionali. In particolare, la presidente dell’IFIM Aminata Cissoko ha posto l’accento sulla difficoltà di stabilizzare i prezzi: “Fissare il prezzo del mango è una sfida complessa; durante i nostri atelier gli attori hanno risposto che non è possibile finché non ricevono servizi concreti dall'organizzazione che giustifichino una disciplina sui prezzi”.
In un mercato globale altamente competitivo, la capacità di rispettare i requisiti sanitari e logistici è decisiva quanto la qualità del prodotto. L’assenza di laboratori accreditati per le analisi dei residui, ad esempio, rappresenta attualmente un limite che incide direttamente sulla produzione guineana. Tra le criticità fitosanitarie, la mosca della frutta rischia di minare profondamente la competitività del settore guineano. Per tale motivo, il progetto promuove un approccio di sistema incentrato su soluzioni sostenibili, tra cui la riduzione degli input chimici attraverso predatori naturali.
Allo stesso modo, le infrastrutture portuali e la gestione dei prodotti deperibili influenzano la competitività rispetto ai grandi esportatori latinoamericani.
Un laboratorio di co-sviluppo
In questo quadro, il contributo italiano si configura come un investimento su competenze, formazione e innovazione, aspetti cruciali per il successo delle filiere agroalimentari, come precisato dalla professoressa Cristiana Peano (CISAO-UniTo): “Lo sbocco commerciale è l’esito di un percorso di professionalizzazione e strutturazione lungo tutta la filiera che CISAO intende supportare con percorsi formativi, di studio e accompagnamento”.
La creazione di AgriHub territoriali, i percorsi di professionalizzazione rivolti ai giovani e il supporto tecnico-scientifico mirano a costruire una filiera più solida e meno dipendente da interventi esterni. In uno scenario globale in rapida evoluzione, segnato da nuove fragilità e tensioni, le filiere agroalimentari tropicali offrono nuovamente l’opportunità di costruire ponti tra paesi e di generare sviluppo condiviso, ridefinendo il concetto di “esotico”, non più come luogo lontano ma come spazio concreto di cooperazione e dialogo.
L’essenza di tutto ciò riecheggia nelle parole della coordinatrice di progetto Gloria Laura Mellano: “ProJeune non è solo un progetto di sviluppo rurale, ma un laboratorio per un nuovo modello di co-sviluppo”.